Associazione culturale "su scusorgiu"
Scheda storica
Breve scheda storica (Genziano Murgia)
Seulo, un paese di appena 1200 abitanti, situato nel centro della Sardegna, ha una storia antichissima. Si ritrovano resti archeologici risalenti al neolitico e nell' età nuragica fu seni' altro molto popolato come testimonia la presenza di numerosi nuraghi presenti nel territorio, di cui qualcuno si trova ancora in discrete cononi mentre di altri sono riconoscibili i ruderi, di altri ancora rimane una numerosa toponomastica (Pala `e nuraxi, Nuraxi mannu, Nuraxi `e su Lussu, Nuraxi `e Nudurei, etc.) . Sono stati ritrovati anche numerosi sepolcri prenuragici e nuragici di cui è stato fatto scempio da ricercatori profani in cerca di non so quale tesoro: Sa Rutta de is Bittuleris, Stampu Erdi, etc. Fino a poco tempo fa erano ben visibili anche le basi di una "Tomba dei Giganti" in località Taccu `e Ticci, ove sorgeva un antico insediamento, ora anch' esse distrutte. Sono presenti ancora alcune "Domus de Janas", chiamate impropriamente "forrus" per la loro rassomiglianza agli antichi forni per il pane. Non per niente la credenza popolare le riteneva sorte per tali funzioni. Come si evince da questi numerosi reperti che il tempo ci ha conservato, Seulo è stato nei primordi della sua storia al passo con i tempi. Non fu certo isolato, se è vero che nella zona di Taccu `e Ticci, dove sorgeva come detto la "città" di Ticci, uno dei centri allora più popolati, sono ancora presenti numerosissime schegge di ossidiana che i visitatori farebbero meglio a lasciare sul posto. Indice del dinamismo culturale e civile dell'epoca è anche il ritrovamento di un teschio in località Stampu Erdi, con segni di una cicatrizzazione conseguente ad un intervento chirurgico, uno dei primi che la storia ricordi (detto teschio si trova ora nel museo archeologico di Cagliari). Non ci sono tracce né fenice né puniche, a dimostrazione che dette popolazioni non raggiunsero questo territorio, anzi è presumibile che proprio in seguito alle invasioni puniche Seulo, come del resto le altre popolazioni barbaricine, abbia incominciato a rompere i collegamenti con i paesi della pianura e ad intraprendere una nuova storia fatta di isolamento e di vita grama, attento costantemente a difendere i confini dalle spinte della popolazioni della pianura o quantomeno a minimizzare gli effetti della conquista straniera strappando, anche con la razzia, prodotti della pianura. Le popolazioni locali è, quindi, presumibile che partecipassero o fossero tutt' uno con i famosi llienses, abitanti dell'alto Flumendosa, in continua lotta per i confini con i Patulcenses, popolazioni, queste ultime, di origine campana, stanziate dai Romani nella zona del Gerrei-Escalaplano. Ciò dimostra come gli abitanti di Seulo non si arresero neppure ai Romani, i quali, nel tentativo di snidarli ricorrevano a qualsiasi espediente, non ultimo quello di braccarli come selvaggina tramite battute con i famosi cani molossi. Costoro, comunque, resistettero sinché Ospitone alla fine del `500 non si convertì al Cristianesimo trascinando con sé i propri sudditi. Ne è testimonianza la famosa lettera che il Papa Gregorio Magno nel 590 gli inviò per, congratularsi dell'avvenuta conversione:(') "Gregorius Hospitoni duci Barbaricinorum. Cum de gente vestra nemo christianus sit, in hoc scio quia omni gente tua es melior, tu in ea christianus inveniris. Dun enim Barbaricini omnes ut insensata animalia vivant, deum verum nesc iant, ligna autem et lapides adorent; in eo ipso quod verum colis, quantum omnes antecedas, ostendis. Sed fidem, quam percepisti, etiam bonis actibus et verbis exequi debes, et Christo cui credis, offerre quod praevales, ut ad eum quoscumque potueris adducas, eosque baptizaris facias, et aeternam vitam deligere admoneas. quod si fortasse ipse agere non potes, quia ad aliud occuparis, salutans peto, ut hominibus nostris quos illuc transmisimus, fratri scilicet et aepiscopo meo (felici filioque meo) Ciriaco servo dei solatiari in omnibus debes, ut dum eorum labores adiuvas, devotionem tuam omnipotenti domino ostendas, et ipse tibi in bonis actibus adiutor siti quius tu in bono opere famulis solatiaris, benedictionem vero sancti petri apostoli per eos vobis trasmisimus, quam peto ut debeatis benigne suscipere ". Dove si trovasse la dimora di Ospitone non è dato sapere con certezza. Tuttavia, se è lecito colmare i vuoti della storia con quanto ci tramanda la tradizione orale, si può azzardare l'ipotesi che costui fosse capo indiscusso della Barbagia di Seulo, forse anche delle altre popolazioni della montagna, chiamate con disprezzo dai Romani "barbare", se è vero che nel paese non c'è vecchio che non conosca le azioni leggendarie di questo guerriero mentre la via più antica è intestata appunto ad Ospitone (unica forse in Sardegna). Da questo momento comunque Seulo segue le vicende e le sorti del resto della Sardegna anche se gli invasori che si avvicendarono sull'Isola, almeno sino agli Spagnoli, non vi lasciarono evidenti tracce del loro passaggio. Non dovette quindi subire conseguenze dall'occupazione dei Vandali mentre, dopo che Giustiniano annesse l'Italia e la Sardegna all'Impero d'Oriente, il paese subì certo i contraccolpi della fiscalità bizantina. Il periodo che va dalla conversione di Ospitone sino alla conquista spagnola, se è un po' oscuro per la Sardegna in genere lo è, a maggior ragione, per Seulo; di questo periodo quindi non si può tracciare un quadro storico se non per induzioni servendoci molto della toponomastica. Forse passarono di fretta gli Arabi se vogliamo attribuire un significato storico alle località "S' enna `e Moris" e "Su `au `e is Saracenus" a ricordo forse di qualche scaramuccia con questi invasori. Si sa con certezza invece che, quando la Sardegna fu divisa in giudicati, Seulo dipese dal Giudicato di Cagliari(21). Non sappiamo, invece, con certezza come si formarono i giudicati, forse, come afferma qualcuno, sorsero per agevolare la difesa dell'Isola dalle invasioni arabe non essendo tutelata da Bisanzio. Comunque, durante il periodo giudicale Seulo ebbe un posto di rilievo in quanto fu sede di curatoria ed il curatore amministrava, oltre a Seulo, le ville di Sadali, Esterzili, Seui, Ussassai; forse fu proprio in questo periodo che detti paesi diedero il nome alla "Barbagia di Seulo". Nonostante questo prestigio il paese non dovette godere di un grande benessere. L'attività economica era basata soprattutto sulla pastorizia, favorita dalla presenza di numerose foreste di lecci, ottima scorta di mangime per l'inverno, mentre l'agricoltura, pur presente, non copriva neppure il fabbisogno locale. Successivamente (1120) con la caduta dei giudicati il paese passò col resto della Sardegna ai Pisani, di cui però non rimangono tracce; evidentemente costoro, da bravi mercanti di mare, preferivano i centri grossi e commerciali agli scomodi villaggi dell'interno. Il paese cambia invece fisionomia perdendo prestigio quando l'Isola cadde sotto la dominazione degli Aragonesi. Costoro divisero la Sardegna in feudi e Seulo fu affidato nel 1420 al feudo dei Carroz(3). In questo periodo qualcosa cambiò dal punto di vista amministrativo e strategico per Seulo che perse a sua centralità in quanto il feudatario trasferì la sua sede nella parte orientale, forse nel territorio di Ussassai, dove si ritrovano tracce di un vecchio castello. Congetture a questo punto sono nuovamente indispensabili per cercare una giustificazione logica di questo trasferimento. Probabilmente il feudo era più vulnerabile nella parte orientale e la presenza costante del feudatario rappresentava una garanzia. Anche la maggiore centralità di detta zona dovette influire sulle decisioni di trasferimento del centro amministrativo. Da questo momento il paese rimase isolato con sporadici contatti con l'estero; anche i rapporti con i nuovi amministratori, la cui presenza coincideva con la raccolta dei balzelli vari e per questo poco gradita, si ridussero all'essenziale. Nel 1557 passò al feudo di Mandas sotto la cui giurisdizione rimase fino all' arrivo dei piemontesi. Nel 1720, infatti, la Sardegna fu affidata allo stato Piemontese e da questo connubio Seulo ebbe molti svantaggi e pochi benefici sotto il profilo economico. L'amministrazione piemontese, come si sa, è stata molto rapace in Sardegna con conseguenze negative per l'economia che coinvolsero anche Seulo. Se la legge delle chiudende del 1820 ebbe pochi contraccolpi in quanto la maggior parte del territorio rimase di proprietà comunale e adibito ad usi civici non altrettanto si può dire del patrimonio boschivo che venne in gran parte distrutto. Le campagne erano ricoperte da foreste secolari, come dimostra la presenza di numerosissime carbonaie anche nelle zone più alte del territorio, e dette foreste in poco tempo vennero distrutte per ricavarne il carbone prima e, successivamente, dopo l'unità d'Italia per recuperare traversine per le linee ferroviarie che, d'alronde, non servirono il paese. Dal punto di vista amministrativo, comunque, sotto i piemontesi tutta l'Isola godette di una certa autonomia. Nei paesi quindi anche a Seulo furono, infatti, istituiti i consigli comunitatis ma le condizioni economiche non migliorarono di molto; così contadini e pastori non ricevettero alcun incentivo e continuarono a dipendere dalle bizzarrie del clima con l'aggravante delle nuove tasse richieste dal Piemonte prima e dal Regno d'Italia dopo. Così, annate buone e annate scarse influirono direttamente sullo sviluppo demografico provocando ora incremento della popolazione ora invece una contrazione. Eloquenti, a questo proposito, sono i dati del censimento dei seguenti anni: 1751 (abitanti 518), 1821 (ab. 776), 1824 (ab., 792), 1838 (ab.701), 1844 (ab. 744), 1848 (ab. 709), 1857 (ab. 704), 1861 (ab. 696), 1871 (ab. 753), 1881 (ab. 795), 1901 (ab. 1060). Dati il disinteresse politico e le condizioni geografiche e climatiche poco favorevoli, i cittadini dovettero sentirsi poco incentivati al lavoro dei campi e si affidarono, quasi rassegnati, all'arbitrio di mamma natura se vogliamo prestare fede alle riflessioni del Corridore che definisce la gente "robusta, animosa e forte ma poco amante dei lavori dell'agricoltura". Più diffusa invece rimase la pastorizia come dimostrano i dati censuari del bestiame relativi al 1847: bestiame tenuto in Su Pardu: vacche 80, tori 70, cavalli 90, porci 80 (mannalissi); bestiame brado: vacche 120, cavalle 120, capre 3500, pecore 6500, porci 2000. L'alimento principale era il pane d'orzo; non mancava la frutta che, però, in gran parte, veniva venduta nei paesi vicini insieme all'orbace lavorato al telaio dalle donne, che contribuivano così ad integrare il magro reddito familiare. Il telaio, infatti, faceva parte integrante del corredo della sposa. Così le donne (vestivano un giubbone di scarlatto e si coprivano con una pezza dello stesso colore) d'inverno lavoravano al telaio e in primavera e in estate si spostavano nelle zone del Campidano dove scambiavano i loro prodotti con altri prodotti della terra: grano, fave, ceci, etc. Sotto i piemontesi rimase basso anche il livello culturale, l'analfabetismo dilagava tant'è che nel 1847 solo 12 bambini frequentavano la scuola e gli alfabetizzati erano appena 20. Del Piemonte il paese seguì tutte le vicende politiche e belliche sino all'unità d'Italia con contributo di uomini e di mezzi finanziari. Molti vecchi ricordano che i loro nonni parteciparono alla guerra di Crimea, mentre documenti certi si hanno sui molti morti e dispersi nelle due guerre mondiali, durante le quali diversi si distinsero per valore e spirito patriottico. Miglioramenti vistosi dal punto di vista economico e culturale si hanno solo dopo la seconda guerra mondiale; in questo periodo anzi si assiste ad un vero e proprio boom. Le opere di miglioramento fondiario finanziate dalla Regione Sarda con contributi a fondo perduto, pur con tutti i limiti evidenziati nel lungo termine, nell'immediato alleviarono la disoccupazione e garantirono alle fami-glie, per qualche tempo, entrate dignitose grazie alle quali vennero migliorate le condizioni abitative e si raggiunse un tenore di vita più decoroso. Oltre a queste opere contribuì ad alleviare l'occupazione nel 1953 anche l'apertura del cantiere di rimboschimento "Genna `e Lioni". Detto cantiere suscitò grandi polemiche fra i sostenitori dello stesso e coloro che ritenevano che avrebbe influito negativamente sull'economia del paese. Per meglio capire queste polemiche bisogna analizzare la situazione economica del momento. Il paese come del resto tutto il meridione d'Italia, usciva da un'economia di pura sussistenza; le esigenze familiari erano aumentate mentre il reddito era diminuito e una nuova classe sociale, quella che fino a quel momento era sopravvissuta esercitando un'agricoltura primitiva, impossibilitata a proseguire un simile lavoro per la concorrenza esterna si era ritrovata sul lastrico e vedeva nel cantiere una valvola di sfogo. Unica risorsa attiva era rimasta la pastorizia e gli allevatori col cantiere vedevano sottrarsi una bella fetta di pascolo. Il cantiere, comunque, venne attivato e contribuì ad alleviare la disoccupazione. Non per questo però si placarono le polemiche anzi vennero acuite dal sistema di conduzione e dal tipo di piante messe a dimora. La popolazione, e in questo tutti concordavano, non amava i pini perché estranei alla propria cultura e non vedeva in essi utilità pratica. Gli stessi operai avrebbero preferito rimboschire il territorio con lecci e alberi nostrani come castagni e noci. L'ispettorato forestale comunque impose la sua logica. Così la zona venne impiantata a pini e non è da escludere che tanti incendi sviluppatisi successivamente, pur non giustificabili moralmente e al di fuori di ogni razionalità, siano da attribuire alla reazione di coloro che non vedevano nei pini alcun giovamento. E questo un discorso che andrebbe meglio sviluppato in previsione di nuovi interventi di forestazione per i quali si dovrebbe raggiungere un accordo tra le parti. La forestale comunque oggi ha aperto un dialogo e anche se con decenni di ritardo, fa mettere a dimora alberi locali e quindi accolti benevolmente. In quegli anni ogni nucleo familiare realizzò la propria abitazione e le famiglie più lungimiranti indirizzarono i figli agli studi. Il ventennio '50-'70 è stato forse il periodo più intenso e significativo della storia del paese e caratterizzato da un dinamismo economico e culturale di grandi proporzioni. Tutti i bambini in età scolare frequentarono le scuole dell'obbligo e molti, moltissimi anzi, nonostante le difficoltà, proseguirono gli studi medi e superiori. Tanti genitori infatti, per strappare i figli alla vita precaria del contadino o del pastore, affrontarono enormi sacrifici e li mandarono a Cagliari. Durante il periodo scolastico, le famiglie, talvolta, si dividevano col nucleo più numeroso a Cagliari mentre in paese rimaneva il genitore per accudire alla conduzione della modesta azienda familiare. I risultati furono positivi se è vero che il paese raggiunse, in proporzione al numero degli abitanti, il maggior numero di diplomati e laureati di tutta la Sardegna i quali contribuirono a modificare radicalmente il livello culturale. Infatti, gli studenti, seppur lontani rimanevano legati al proprio paese e al rientro ritrovavano gli amici d'infanzia con i quali si sviluppava un dialogo (d' altronde mai interrotto j che consentiva ai primi di tenersi legati alle radici e agli altri di ampliare i propri orizzonti e di guardare oltre le siepi che delimitavano i loro pascoli e le loro proprietà. In detto periodo gli stessi bar (non c' erano altri punti d'incontro) erano diventati centri culturali e di dibattito politico. Il resto è storia di oggi.
1) Epist. 27, lib. III.
2) Besta, La Sardegna medioevale, cap. IX, pag. 76.
3) Antico archivio storico, vol. II.


