Associazione culturale "su scusorgiu"
Giovanni Moi
Dal libro "Come nasce il diavolo" Di Giovanni Moi SU SCUSORGIU (un tesoro nascosto)
"Su Scusorgiu" è un tesoro, per così dire, nascosto, che si può trovare dovunque, sulla Terra, nei luoghi più impensati: nel cavo di un albero, in un buco sotto terra coperto da un lastrone di pietra, fra i muri o nel tetto di una casa vecchia, o allo scoperto sotto un albero o sopra un sasso e così via immaginando. Esso è veramente la speranza di un paradiso terrestre. Infatti dal mucchio di oro e di perle preziose, che vi si trovano, può sbocciare una specie di Al-janna, luogo dei beati maomettani, che è appunto un "giardino per eccellenza", in cui, accanto a ville sontuose, si estendono prati e boschi l'alberi verdi e fioriti, e con frutti deliziosi in continua maturazione; e vi scorrono ruscelletti d'acqua fresca, di latte, di miele e d'altri gradevolissimi liquori. Così come se lo fanno oggi certi signori che, sia pure per vie traverse, riescono ad accumulare tesori di miliardi. 'Su Scusorgiu" però, non è un tesoro stabile, ossia nel luogo dov'è posto, non vi si trova sempre e, soprattutto, non è a disposizione di chiunque possa capitarvi casualmente o magari ricercandolo con speciali strumenti di rivelazione o per indicazione di un qualunque tipo di veggente. Esso viene dato nel sogno a chi lo merita; oppure, a certe condizioni, viene indicato da uno spiritello. Si capisce che è una grazia miracolosa che viene dall'Aldilà. Anche se la fede oggi è molto affievolita, è una forma di religione che abbiamo in comune con la Lucania, secondo quel che racconta C.Levi nel 'Cristo si è fermato a Eboli", però con certe varianti che, da luogo a luogo, presentano solitamente tutte le religioni. Il tesoro può essere dato nel sogno ad una persona tutto per sè, come grazia particolare; e allora deve andare sola a ritirarlo dal luogo precisamente indicato, entro il termine stabilito, in genere nel giorno o nella notte immediatamente successivi. Oppure viene dato al sognante associato con un'altra persona, con la quale devono dividerlo in parti uguali. In questo caso però deve riuscire a condurvi l'associato (o associata) senza rivelargli il segreto, finchè insieme non arrivano a scoprire il tesoro. Ciò è un po'problematico. Se non si segue fedelmente questo rituale (se per es. non si va nel tempo stabilito, o per paura uno ci va accompagnato, se gli è dato da solo, o va solo per averlo tutto, se gli è dato in due), il tesoro allora si trasforma in carbone; e non è utilizzabile neppure per riscaldamento, perchè poco dopo scompare. Mia madre ci diceva che, da giovane, nel sogno le fu dato uno "scusorgiu" posto allo scoperto sotto un grosso pero, accanto a un nuraghe diroccato, in un terreno di proprietà della famiglia. Però non ci andò a raccoglierlo. Non ci diceva perchè; ma si capiva che non aveva fede nel miracolo. Io che da ragazzo ci passavo di frequente in quei pressi, dopo che ce l'aveva detto, ci guardavo sempre sotto quel pero; ma non ci trovai mai nulla, neppure una briciola d'oro o di perle e neppure di carbone. Da giovani, i nostri anziani ci raccontavano che un uomo aveva avuto in sogno un tesoro nascosto nell'ampio cavo di una quercia antica, un pò lontano dal Paese, e consociato con un altro uomo col quale non correvano relazioni di buon'amicizia. E ciò lo rendeva preoccupante. Comunque deposta l'uggia, e confortato dall'idea che il consociato era un fervido credente nei tesori nascosti e che, quindi, ci avrebbe pensato da sè, lo avvicinò, lo salutò gentilmente e, senza mostrare premura, poco dopo lo invitò a fare una passeggiata in campagna, con lui. Pur con grande stupore con quella gentilezza e quell'invito insoliti, il consociato accettò, e si avviarono per una strada di campagna, parlando del più e del meno. E così, quasi senza avvedersene, erano giunti nei pressi della quercia, che però si trovava fuori mano, in un pendio a valle della strada. L'uomo del sogno varcò il muretto, che fiancheggiava la strada, per andare da quella parte; e l'altro si fermò esitante, chiedendo: - Ma dove vuoi andare? - Là, verso quella parte - rispose, indicando la direzione della quercia. - E vacci tu solo, se ci hai da fare. Io ti aspetto qui. - E via! - riprese quegli - andiamo: mi hai accompagnato finora... - L'associato varcò il muretto, pure lui, e si avviarono costeggiando il pendio verso la direzione indicata. Ma come si avvicinavano alla quercia, si ricordò che di là, a pochi passi, c'era un precipizio; e gli venne il sospetto che l'invitante con quelle blandizie gli stesse ordendo un tranello. E si fermò di botto. L'uomo del sogno cercò di convicerlo a fare gli altri cinquanta o sessanta passi che li separavano dalla quercia, per poi svoltare su e tornare verso il Paese; e, poichè era irremovibile, lo prese garbatamente a braccetto per farcelo giungere alla buona. Ma quegli vieppiù insospettito, dette uno strappo e si liberò dalla presa. L'altro, vedendo chn l'impresa andava alla malora, lo riafferrava stretto al braccio, alle vesti e dove poteva, tirandolo verso la quercia. Ne seguiva un tira e molla ognuno dalla sua parte, e caddero a terra voltolando nel rovo, menando pugni, stracciandosi le vesti, scalciando, graffiandosi... Quando l'uomo del. sogno, dopo aversi preso tanti pugni, calci e graffi, aveva perso la speranza di condurre a termine l'impresa, si rizzò in piedi indignato e sbottò: - Vedi! - indicando la pianta - in quella quercia mi hanno dato uno scusorgiu con te. Ora ti c'impicchi! Ormai è perduto! - Oh Dio! - fece l'altro - pensavo che tu mi volessi spingere in quel precipizio. E corsero insieme a vedere, sperando che facessero in tempo a prendere il tesoro ancora buono. Ma quando vi giunsero l'ampio cavo della quercia era pieno di carbone, che pareva estratto allora dalla carbonaia! Lo guardarono stupiti; si guardarono in faccia commiserevoli; poi palparono entrambi fino in fondo. Niente da fare: era tutto carbone! L'Associato, lamentandosi - Colpa mia! Colpa mia! - si cacciava le mani nei capelli, si tirava gli orecchi e si dava dalle botte in faccia... Ma l'altro poi lo trattenne, dicendo: - E' il diavolo che ci ha messo lo zampino! - E presero la via di ritorno sconsolati, laceri e graffiati mogi mogi verso il Paese.
Il tesoro nel tetto
Anche in tempi recenti, ad una mia cugina, che oggi va sui settant'anni, da ragazza di sei o sette anni, le fu dato in sogno uno "scusòrgiu" col padre. Era nascosto fra un trave e il tetto di una casa antica dei nonni, disabitata, di cui erano comproprietari. La fanciulla però, che non sapeva il rituale, ne informò il padre ben tre giorni dopo il sogno, quando, oltre tutto, i termini per prelevarlo erano già scaduti. Il quale, per ciò adirato, le fece una sfuriata; e tuttavia, pur con qualche speranza, corse con la figliola a veder il posto indicato nel sogno. Le case antiche, costruite in pietra e fango, malamente rinzaffate (e non tutte) all' interno, e più di rado all' esterno, erano costituite di due, tre o quattro vani: due affiancati e uno o due a monte dell'altro o degli altri su diversi livelli più alti a pian terreno; oppure con un primo piano tavolato, piuttosto basso, o con. una mansarda. Più spesso poggiavano le une sulle altre, e la luce scarsa vi penetrava attraverso il portello della porta d' ingresso di una sola anta o da un finestrello, di rado con vetri, che metteva sulla strada o su vicoletti stretti tanto che ci passava un uomo a malapena. (Più ampia, più comoda e intonacata, faceva eccezione qualche casa di prete defunto, abitata dagli eredi, i quali perciò accampavano pretese nobiliari). La cucina, che era anche soggiorno e camera da pranzo, era in genere l'ambiente più spazioso. In mezzo, o alquanto spostato a un lato, vi era il focolare, un riquadro di mattoni col fondo di terracotta, incastrato nel tavolato o nel pavimento di terra battuta, dove ogni giorno si accendeva il fuoco di legna per riscaldarsi e per cucinare nei periodi freddi; e solo per cucinare nei periodi caldi. In un angolo solitamente vi era il forno per cuocere il pane, che si fabbricava in casa. Il fumo del focolare e, salturariamente, del forno, se vi era, si spandeva, fastidioso agli occhi, per tutto l'ambiente, più denso in alto, dove usciva attraverso il canniccio e le tegole del tetto. Le pareti erano annerite, e più nero il tetto, dove si formavano pure pendagli di fuliggine, che ricadevano spesso sul pavimento, se si trascurava di spazzarli, sugli abiti e, talvolta, sul piatto della minestra, che si colorava tutta di nerofumo; anche se, poi, la fame ci consigliava di mangiarla lo stesso. La casa del tesoro sognato era costituita di un ampio vano a pian terreno e di un primo piano malandato, di cui restavano le travi e poche tavole sconnesse. Individuato il punto, la figlia e il padre, eccezionalmente alto, vi si arrampicarono alla meglio e lo raggiunsero. Vi trovarono un contenitore di sughere annerito, che si confondeva con la trave del tetto. Lo presero cautamente e lo portarono giù. Era più che mezzo ripieno di materiale ricoperto di polvere giallognola. Vi frugarono dentro fino in fondo: era tutto fuliggine! Il padre, senza tener conto che vi si poteva essere depositata dal fumo del fuoco che si accendeva sotto per vari decenni, considerò quella fuliggine il carbone in cui si era trasformato il tesoro per colpa della figlia e, pur con le mani fuligginose, la prese e, con un'altra sfuriata, le dette pure una buona sussa di sculaccioni che, col rimpianto del tesoro perduto, se la ricorda, e se la ricorderà per tutta la vita. Qui sta bene notare che, come spesso accade, la ragazza fu punita ingiustamente, perchè non sapeva il rituale per cui vengono localizzati e prelevati i tesori nascosti. E fu lui soprattutto, il padre, colpevole di non averla istruita, perchè la figlia era orfana della madre, e a scuola, seppure ci andava, non le veniva insegnato il rito di questo tipo di religione antica. Oggi nei vari culti, in genere, si pensa al contenuto più sostanzioso (l'Eden, il Paradiso, il Tesoro nascosto...), e si trascurano o si seguono in parte, con formale indifferenza, i relativi riti, ossia le complicate vie per raggiungerlo. Perciò si trova sempre qualcuno che si fa turlupinare da maghi, indovini, rabdomanti e consimili veggenti. Verso la fine degli anni Quaranta venne in Paese uno che si attribuiva tutte queste qualificazioni, e indusse vari contadini a scavare qui e là in cerca d'acqua, e anche di tesori nascosti. Acqua ne trovarono alcuni tanto di dissetare una lucertola. Tesori ne indicò due: uno in un nuraghe, e il proprietario del terreno, dove sorge, con l'aiuto di parenti e amici, ne rivoltò il pavimento di terra e pietrame, per c i rca 2 metri, fino in fondo, dove trovò uno strato di cenere, e poi la roccia viva: e lì si fermò deluso. L'altro lo indicò in un prato nella periferia del Paese, sotto un'ampia pietra quadra a pelo del terreno. Tre figli e un genero del vecchio proprietario vi lavorarono di piccone e pala, in segreto, per tutta la notte; e la mattina ci lavoravano ancora, quando si sparse la voce e la gente accorse a frotte a vederli. Continuarono vergognosi per un poco; poi, delusi, si caricano gli attrezzi sulle spalle e se ne tornarono mogi mogi a casa. La pietra si era rivelata un prisma di roccia durissima, che mandava le radici molto a fondo. Tutti quei credenti non sarebbero stati truffati, delusi e beffati, e così pure la donna di Sestu che, indottavi da una veggente, ha demolito la sua casa in cerca di un tesoro, se avessero conosciuto e seguito fedelmente il rituale dei tesori nascosti, che abbiamo sopra esposto. O se ne segue interamente il rito nelle sue partizioni o, altrimenti, si va incontro ad amare delusioni.
SU INGANNADORI
Rivelatore di "Scusorgius"
Abbiamo detto, all'inizio di questa storia, che i tesori nascosti possono essere raggiunti e prelevati seguendo due vie differenti, se, per caso, ci avviene di trovare l'imboccatura: una è che sia dato nel sogno, come abbiamo ampiamente documentato, ed è quindi un fatto che non dipende dalla nostra volontà; l'altra è che ci sia rivelato da uno spiritello, che da noi è chiamato Ingannadori. Il nome, come vedremo è appropriato al suo comportamento. Su Ingannadori (leggi Su ' Ngannadori) è un folletto dalle apparenze fisiche di un ometto normale e dalle dimensioni di un fanciullino di due o tre anni. Ha un cappuccio rosso tondo, per il resto abbigliamento indefinibile. Agile e svelto corre velocissimo, appena sfiorando il terreno, la superficie dell'acqua o del bosco, e varcando a volo qualsiasi ostacolo che gli si pari dinanzi. Si posa lieve dove gli pare, non solo sul terreno, ma indifferentemente sugli alberi, sui tetti, sull'acqua, su scogli o picchi di roccia. Può apparire improvviso dovunque, sotto qualsiasi forma, e scomparire all'istante invisibile nel nulla. Giocherellone con i ragazzi, con i giovanotti ed anche con gli adulti, bada particolarmente al suo cappuccio rosso, dove pare che abbia tutta la sua potenzialità materiale; per il resto è spirito inafferrabile. E però, se si riesce a prendergli il cappuccio, è costretto, per riaverlo, a rivelare un tesoro nascosto. Tuttavia non cede facilmente: egli vi va dietro e attorno, chiedendolo, con un pianto che fa molta pena e con tante promesse di ogni bene. E bisogna che l'uomo sia abbastanza furbo e che abbia un cuore di sasso per resistere a quel pianto e a quelle promesse. Perciò in genere il folletto, riesce a farsi restituire il suo cappuccio. Dopo che lo ha riavuto, non solo non mantiene le promesse, ma lanciando al tentatore di rapinarlo improperi, lazzi e sberleffi, si dilegua per non riapparirgli mai più. Se me lo chiedete, io vi dirò che non l'ho mai veduto, in vita mia, questo folletto. E veramente è da molto tempo che non si è fatto più vedere nelle nostre contrade, per le ragioni che vi dirò a suo tempo. Però ne parlo al presente, perchè ha un' esistenza concreta, come tutti gli esseri soprannaturali della sua specie, diabolici o divini, dei quali, infatti, la grammatica definisce i loro nomi "concreti" e propri, ossia da scriversi con l'iniziale maiuscola. Questo lo so da una professoressa che la sapeva bene la grammatica, la quale, in prima media, per aver analizzato "Dio = nome astratto", marchiò un suo alunno con un voto orripilante, e con la tremenda conseguenza a fine d'anno. Tuttavia un uomo, Tiu Dìviu, che tramontava quando io stentatamente venivo su fanciullo, si diceva che, da ragazzo, aveva incontrato Su Ingannadori più volte. Era un vecchio un pò curvo che vestiva il costume sardo, come mio padre; solo, a luogo della berretta lunga e nera, aveva un copricapo tondo di stoffa stinta di colore perso per il lungo uso e, sotto quello, una capigliatura bianca gli scendeva sino alle spalle, come Geppetto, faceva il falegname, ma costruiva soltanto aratri di legno, come si usavano allora, "col vomero a chiodo", un pò sgangherati. Egli dunque, da ragazzo, s'incontrava e giocava col Folletto da bravo compagno, un po' ingenuo. Ma poi, consigliato da certi furbi, tentò di rapinargli il cappuccio rosso; e quegli svelto lo schivò e si eclissò, canzonandolo e beffeggiandolo con mille improperi. E non gli apparve mai più.
Il Castiga voglie
Oltre che custode e rivelatore di tesori nascosti, e per vari prodigi, Su Ingannadori è più noto come una specie di Castiga-voglie, per cui assume un carattere, per così dire, moralizzante: cioè a colui che abbia un desiderio intenso, che difficilmente può essere soddisfatto, si presenta sotto la forma dell'oggetto desiderato, animale o cosa; e poi svanisce lasciandolo, nel colmo della gioia, amaramente deluso. E' un inganno bonariamente punitivo, per cui, il folletto, viene chiamato "Ingannadori" . Su questo suo comportamento riferirò alcuni episodi che ci tramandarono le persone anziane, episodi che sapevano tutti e che perciò hanno abbastanza prove per essere considerati veri.
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Una donna tesseva la sua tela d'orbaci, come si faceva da noi nei tempi andati, per farsi abiti e coperte e altri indumenti; e, quando ancora ci voleva un bel pezzo a finirla, le venne a mancare la trama. Il rimanente stame restava perciò avvolto nel subbio o teso nel telaio chissà fino a quando, se non si rassegnava a perderlo. Ma ecco! mentre al crepuscolo, pensierosa e distratta, si recava a legnare, inciampò in qualcosa che le rotolò innanzi: era un grosso gomitolo di trama; e, meravigliata, si chinò e lo raccolse, dicendo: - Oh, questo me l'ha mandato Dio! - E se lo mise in grembo e continuò la sua strada. Tornata a casa, preparò subito i cannelli e la spola con la trama del gomitolo, e si rimise a tessere. Tesseva tesseva... per tre giorni consecutivi, quando si accorse che la tela non era cresciuta nulla, e nulla era diminuito il volume del gomitolo: e lo guardò sospettosa. E quello rotolò via d'improvviso saltellando e, ripredendendo le apparenze del folletto Ingannadori, si dileguò sghignazzando a più riprese, e lasciando la povera tessitrice imbambolata.
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Un contadino aveva una gran voglia di carne di pollo, ma non ne aveva (allora se ne mangiava raramente); e proprio mentre tornava verso casa per una strada di campagna, abbastanza lontano dal Paese, gli passò di traverso un grosso gallo, splendido con le penne d'oro. - Questo è perso! - disse tra sè - e se non lo prendo se lo mangia la volpe. - E si lanciò all'inseguimento; e, in breve, riuscì a catturarlo. E si rimise in cammino contento col pollo ben chiuso nella bisaccia, palpandolo ogni tanto, quasi assaporandone la carne. Giunto a casa lo prese, gli tirò il collo, lo spennò, lo sventrò, lo infilò nello spiedo e lo mise ad arrostire. Quando era ben rosolato, lo tolse dal fuoco, lo pose in un ampio tagliere di legno, ne sfilò lo spiedo e, mentre la moglie e i figlioli gli erano attorno assaporando il profumo e aguzzando l'appetito, lo trinciò bene in tanti pezzetti, ed invitò tutti a servirsi, come si usava allora, direttamente dal tagliere: - Su! mangiamo - disse - questa carne saporita. E in quel che lui e gli altri tendevano la mano per prenderne un pezzo, la carne si raccolse arrotolata in mezzo al tagliere, tirò le zampe giù e la cresta su e si rifece gallo con le penne d'oro, tutto in un attimo come una vampata, e volò fuori da un finestrello aperto, lasciando tutti a bocca aperta e con le mani vuote. Si posò sul tetto della casa di fronte; e di là prese a canzonare il contadino - Ahò! mi hai tirato il collo: volevi carne di pollo?! - E seguiva una risata sguaiata, in cui si riconosceva chiaramente la voce del folletto Ingannadori. E insisteva: - Mangia! mangia carne di pollo: fatti fatti bene satollo! - E altre lunghe risate sguaiate, alternate a scorregge, che si andavano mano a mano affievolendo e si perdevano con lui nel buio della notte.
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Tanti altri episodi di "Su Ingannadori" come Castiga-voglie ci raccontavano i nostri vecchi antenati. Però i desideri castigati espressi spesso rientravano nella normalità e, perciò, non hanno rilevanza storica. Tale fu, ad esempio, quello di un cacciatore che aveva abbattuto un bel cinghiale, da solo, e con grande fatica se lo portava a spalle a casa. Stanco lo posò su un rialto per riposarsi; e quello si rizzò di scatto e sparì come un lampo in un bosco vicino, lasciandosi dietro risate e sberleffi, e scornato il povero cacciatore. Una brava massaia aveva messo in pentola a cuocere un grosso piccione, con l'acqua e il sale e gli aromi per avere la carne bollita e il brodo della zuppa per la sua famigliola. Quando scoperchiò la pentola per scodellare, c'era solo l'acqua bollente con gli aromi: del piccione neppure l'odore. Dovette buttare quell' "acqua maledetta" e rimettersi a fare il pranzo, con alimenti raccogliticci, mentre l'appetito e la fame bussavano alla porta. Più interessante e degno di essere ricordato ci pare il caso di un giovine pastore che, in età fiorente, era fidanzato segreto con una bella ragazza, e bello pure lui. Si avvicinava il giorno del fidanzamento palese, che consisteva nell' andare insieme in chiesa fra l'ammirazione di tutti, e voleva ornare la sua bella d' argento, oro e perle, come le si addiceva; però non aveva i soldi per comprare neppure la fede. Or mentre andava dietro al suo gregge fantasticando su queste cose, ecco! quasi fosse defecato da un montone, si trovò davanti deposto un bel mucchio di gioielli: collane, bracciali e braccialetti d'oro e d'argento, boccole, orecchini, anelli, la fede, ciondoli, fermacapelli, spilloni con pendagli di varie forme, tutti d'oro e incastonati con diamanti, zaffiri e gemme di colori vari, tanto da poter ingemmare splendidamente una principessa orientale. Stupito di tanto bene s'inginocchiò e raccolse a uno a uno, ammirandoli, tutti quei gioielli in un ampio fazzoletto, che poi ben avvolto e rannodato lo tenne segreto con sè, contento, pensado di fare, al tempo giusto, una meravigliosa sorpresa. Il giorno, d'accordo stabilito, andò con i suoi in costume sardo, come si usava allora, agghindato e ricamato, e recando in mano l'involto con le gioie a casa della sua bella. Quivi giunti e ricevuti, dopo i rituali convenevoli, lui pose l'involto su un tavolo e, sciogliendolo, disse: - Ecco! i gioielli. - Ed apparve un mucchio giallo oro di vespe che sciamarono immediatamente verso la porta, assumendo la forma del Folletto che, lasciandoci dietro una sonora scorreggia e una risata sguaiata, come era suo costume, volò sui tetti qui e là e poi scomparve nel nulla. Per tutti gli invitati e comunque presenti fu davvero una grande sorpresa. Ma il giovane restò li mortificato e avvilito, guardando attonito il suo fazzoletto sciorinato vuoto sul tavolo, senza neppure una briciola di gioiello. La ragazza però, che non si aspettava gioie d'oro e di perle di nessuna taglia, ed aveva capito l'inganno in cui il Folletto Ingannadori aveva tratto il suo caro innamorato, lo guardava divertita e sorridente: e lo confortò con baci all'una e all'altra guancia, e uno più lungo e stretto in bocca. Il giovane si sentì riconfortato e felice più che mai; e si avviarono, come era stabilito, per la via del fidanzamento palese. Invero di quelli scavati dai poveri minatori, con tanto sudore e con tanti pericoli nell'inferno delle miniere, valevano incomparabilmente mille volte di più l'oro e le perle delle loro guance, dei loro occhi e del loro sorriso giovanile.


