Vito Lattanzi


Ecomusei e musei partecipativi



Lavoro al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma dal 1987, dove ho la responsabilità dei Servizi Educativi e, in qualità di demoetnoantropologo, dirigo il Settore “Culture del Mediterraneo”. Tuttavia nel corso della mia esperienza scientifica e professionale ho avuto occasione di operare anche sul territorio italiano e, a seguito di alcune specifiche ricerche, mi sono impegnato nella progettazione e nella realizzazione di musei di interesse locale. Pertanto vorrei qui accennare, confrontandole, a due esperienze museali: l’una, l’Ecomuseo del Litorale Romano di Ostia, realizzata nell’ultimo decennio del Novecento; l’altra, il Museo delle terre di confine di Sonnino, conclusasi recentemente. Per poi fare, sia pur sinteticamente, alcune considerazioni sul rapporto esistente tra patrimoni, musei e sviluppo locale.


L’ Ecomuseo del lirorale romano (Ostia Antica)


Il primo progetto museale di cui dirò è nato da una ricerca avviata all’inizio degli anni Ottanta in un contesto territoriale dove la ricerca antropologica ha svolto una preliminare importantissima opera di mediazione culturale tra i residenti (1).

Lo studio riguardava la memoria della bonifica e della colonizzazione dell’Agrio Romano realizzate a partire dalla fine del XIX secolo da alcune centinaia immigrati romagnoli (2).

L’idea di realizzare a Ostia un museo è di pochi anni successiva alle celebrazioni del 1° Centenario della Bonifica del Litorale Romano (1984) che concludevano la ricerca storico-antropologica. L’archivio multimediale (documenti bibliografici e archivistici, fotografie, oggetti, testimonianze orali registrate su nastro magnetico o videoregistrate e filmate) costituitosi nel corso dell’indagine, era un nucleo troppo denso e profondo, in termini di memoria culturale, perché non si pensasse di restituirlo alla fruizione pubblica in una forma museale.

Questa possibilità ha cominciato a prendere corpo nel 1988 con un’idea di “museo-laboratorio di storia del territorio”, che si è concretizzata appena due anni dopo. Il progetto del 1994 delineava una struttura museale diffusa su tutto il litorale, con quattro poli qualificanti, ognuno rappresentativo di una specifica realtà storica e culturale: un Polo Museale Laurentino dedicato all'ambiente naturale originario e alle origini storiche del Lazio antico; un Polo Museale Ostiense, dedicato al tema delle bonifiche e delle grandi trasformazioni fisiche e antropologiche del territorio; un Polo Museale Portuense, destinato a rappresentare la tradizionale vocazione portuale del delta tiberino; un Polo Museale Aurelio, centrato sulla storia sociale ed economica dell'Agro Romano (3).

La scelta dell’espressione “ecomuseo” si deve alle suggestioni delle prospettive teoriche della nuova museologia, che nel 1979 con Hugues de Varine aveva ribaltato la concezione classica di museo (fondato sul tradizionale rapporto edificio-collezione-pubblico) e proposto una nuova visione imperniata sul territorio, sul patrimonio e sulla comunità (4).

Questa rivoluzione museologica derivava dagli sviluppi di un’idea balenata nelle menti di G. H. Rivière, S. Antoine e dallo stesso de Varine tra il 1971 e il 1972 (ma già in nuce da qualche decennio). Al centro dell’ecomuseo, secondo i suoi ideatori, c’è sempre una comunità, e questa comunità è anche l’obiettivo principale dell’istituzione. Nell’ecomuseo i fatti naturali, gli eventi storici e le strutture antropologiche svolgono una funzione creativa e fluidificante e il patrimonio (culturale e naturale) è qualcosa di più che l’insieme di collezioni e di oggetti (5).

Salvaguardare un territorio, le sue vestigia e la usa memoria sociale, in fondo, comporta sempre un lavoro di ricerca, che provoca e orienta l’interazione con una comunità. E, come dimostrava la nostra esperienza di lavoro tra i romagnoli ostiensi, la provoca attraverso il coinvolgimento di testimoni viventi fino ad orientala sul piano della documentazione e della memorizzazione istituzionale.

Gli abitanti di un territorio non sono dunque un normale “pubblico” per il museo, ma partecipano alla sua vita poiché nel museo è di loro che si parla; sono loro che parlano in prima persona del proprio territorio, utilizzando il museo come medium.

Il rapporto instaurato durante la ricerca con la comunità ravennate di Ostia - ma la stessa composizione sociale della Crt-cooperativa ricerca sul territorio, nata sull’onda di un associazionismo locale di base - erano tutti fattori in sintonia con il contesto che aveva ispirato la nuova museologia di stampo franco-canadese.

La natura partecipante e riflessiva del lavoro da noi svolto e la documentazione archiviata, orientavano quindi verso un tipo di soluzione istituzionale che, pur partendo da un evento memorando (la bonifica ispiratrice della ricerca) valorizzasse la capillare estensione sociale dell’indagine antropologica, coinvolgendo l’intera comunità dei residenti a Ostia in un progetto di patrimonializzazione.

Il Polo Ostiense dell’Ecomuseo del litorale romano è quello realizzato nell’area dell'Impianto Idrovoro di Ostia Antica. E’ dedicato alle trasformazioni e al popolamento del litorale in seguito all’opera di bonifica, che il museo propone come patrimonio da salvaguardare in termini di memoria culturale. Nelle sale vengono presentati documenti fotografici d'epoca, memorie e reperti, oggetti d'uso domestico e strumenti di lavoro originali usati nel XIX secolo dai braccianti ravennati a Ostia e Maccarese, che rivivono grazie a testimonianze audio e video di protagonisti e possessori di memorie di vita dell'ultimo secolo, e sono presentati in contesti scenografici specifici: la vita negli stagni prima del 1884; la situazione igienico-sanitaria della campagna romana e la lotta alla malaria; la nascita della cooperazione bracciantile nel ravennate nell’ambito del socialismo utopistico di fine secolo; il viaggio nell’agro romano e la costituzione della colonia agricola ravennate; l'impresa idraulica e la nascita degli insediamenti contemporanei in seguito alle successive ondate migratorie nel corso del Novecento.

Nello spirito della missione che il museo si è data, ogni anno alla fine del mese di novembre, in occasione dell'anniversario dell'arrivo dei braccianti romagnoli ad Ostia e Fiumicino, si svolge la manifestazione “Il Litorale incontra la sua storia”, un appuntamento fisso per la popolazione residente e per la città di Ravenna, che vi partecipa all’insegna di un gemellaggio che contribuisce a mantenere vivo il legame di molti residenti con la terra di provenienza.


Il Museo delle terre di confine a Sonnino (LT)

Il progetto di Museo delle terre di confine (inauguratosi nel 2008 e condiviso con Vincenzo Padiglione) è nato alla fine del 1999 con l’idea di mettere a fuoco, in prospettiva antropologica, momenti, aspetti e personaggi che qualificano in termini di patrimonio culturale le storie passate e presenti di Sonnino, un piccolo comune della provincia di Latina, arroccato sui monti che un tempo segnavano il limite tra Stato Pontificio e Regno di Napoli.

Le ragioni che hanno indotto a intitolare il museo alle terre di confine fanno leva su quella che rappresenta una vera vocazione del territorio, peraltro rafforzata dal fatto che proprio i confini, in occasione dell’Ascensione, sono ripercorsi ogni anno da un rito processionale emblematico per l’intera comunità locale (6).

Il tema assegnato al museo – secondo una logica perseguita dalla Regione Lazio, che ha istituito un Sistema museale per i musei di interesse demoetnoantropologico (DEMOS) - evoca il bene più prezioso che l’antropologia studia e salvaguarda, e cioè la diversità culturale. Il confine è infatti sempre il punto di arrivo di un processo di definizione del sé; ma, al tempo stesso, rappresenta il punto di fuga per rapportarsi al mondo esterno.

Nel museo, quindi, le terre di confine sono assunte come dato che travalica i contenuti del patrimonio culturale locale, fino a diventare uno strumento per affermare quel diritto di cittadinanza che all’interno del contemporaneo villaggio globale si acquisisce in virtù della capacità di superare i limiti della propria identità, attraversando la frontiera e collocandosi riflessivamente nello spazio quotidiano dell’altrove.

La missione del museo è di dare spazio agli attuali processi di costruzione patrimoniale sollecitando l’attenzione del visitatore su alcuni aspetti memorandi della storia del territorio: l’immaginario del Gran Tour e le gesta dei briganti, i pittoreschi costumi locali e le valenze simboliche dell’imponente processione delle torce. A partire dalla messa a fuoco di memorie e di esperienze locali, il pubblico è invitato a estendere in modo riflessivo e critico la sua visione sul tema più generale del confine culturale, inteso sia come limite sia come risorsa.

Al centro dell’attenzione del museo c’è la propensione a connnettere storia ed etnografia, a comparare punti di vista, significati locali e interpretazioni esterne, così da offrire alla comunità spunti di riflessione critica sulle vicissitudini dell’identità e sui cambiamenti in atto negli stili di vita, e favorire la riappropriazione del patrimonio culturale del territorio.

Il percorso espositivo si snoda attraverso quattro sezioni. La tematica più generale che fa da cornice e dà sostanza al museo è presentata nella prima sezione: Terra di confine perche? La seconda, Patrimonio rappresentato / territorio vissuto, focalizza il rapporto esistente tra alcune vicende storiche e le attuali rappresentazioni dell’identità locale, valorizzando l’evento rituale che impegna i sonninesi ogni anno in occasione dell’Ascensione lungo i confini comunali. La terza sezione presenta invece le vicende biografiche di tre Personaggi di frontiera, che appaiono centrali nel processo di costruzione del patrimonio culturale locale (la modella Maria Grazia, il brigante Gasbarrone e il cardinale Antonelli). La sezione Parole e immagini dell’Altrove, infine, valorizza le contemporanee esperienze del territorio, dando voce soprattutto alle giovani generazioni, che nell’ultima sala del museo (Sonnino 2049: patrimonio/cantiere) forniscono un’immagine dei beni culturali locali riconnettedo il passato con il presente, la società attuale con le prospettive future.

Il museo di Sonnino non è un ecomuseo, né è un museo di comunità. Piuttosto è un museo per la comunità e rivendica la propria natura interpretativa.

Non è un ecomuseo poiché non accoglie la nozione globale di patrimonio in senso storico-geografico alla Riviére o alla de Varine, per i quali la prospettiva antropologica, pur determinante, rappresentava solo una delle possibili prospettive. Non è un museo di comunità, ancorché la sua nascita si debba a un’Amministrazione rappresentativa della comunità, poiché né direttamente né indirettamente (per esempio attraverso la mediazione di una ricerca) la cittadinanza sonninese ha partecipato alla costruzione dell’idea stessa di museo. I suoi progettisti hanno avuto mandato dall’Amministrazione comunale di realizzare un istituto culturale museale per la comunità e ciò che è nato rappresenta lo sforzo di restituire ai sonninesi un’interpretazione situata e straniata insieme del patrimonio culturale locale. Infatti, più che ritrarre la comunità dal vero - pur nel vivo di un’indagine di campo - si è voluto dare al pubblico alcune occasioni per specchiarsi e riconoscersi, in modo da produrre una rappresentazione della comunità mediata sia dalla luce del nostro sguardo straniato, sia dai riflessi di chi si guarda mentre è osservato. Come diceva Ingres a Degas: “Non disegnare mai secondo la natura. Parti sempre dalla memoria e dai quadri dei grandi maestri” (7).


Patrimonializzazioni e sviluppo locale


La diffusione capillare di musei demoetnoantropologici nelle nostre regioni e lo sviluppo di progetti di gestione e valorizzazione di aree naturalistiche e parchi, sono da interpretare, alla luce dei più recenti studi storici e antropologici, come momenti di quel processo di appropriazione del passato e di riconoscimento della tradizione, che ormai definiamo “patrimonializzazione” (8). Con questa espressione, che assegna alla nozione di patrimonio un valore globale ma non assoluto, dunque dinamico e processuale, si intende la costruzione, determinata storicamente e alimentata da sentimenti di appartenenza a oggetti, luoghi e memorie, di un rapporto, per così dire, “naturale” con i propri beni artistici, archeologici, architettonici, tale da produrre e sostanziare la stessa categoria locale di identità (9).

Se oggi il patrimonio è considerato “una costruzione sociale” che si compie in una determinata storicità e, in quanto tale, chiama in causa l’ermeneutica storica e culturale per essere decifrato e compreso (10), le istanze di salvaguardia e di valorizzazione delle diverse località hanno bisogno di essere ricondotte alle loro specifiche vicende sociali e istituzionali, nonché ai diversi protagonisti e testimony.

Il patrimonio, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto lo scenario in cui si svolge lo sviluppo di un territorio, ma è anche una risorsa per quello sviluppo; poiché i suoi “attori sono i creatori del patrimonio culturale ben prima di essere utenti o fruitori di un patrimonio più o meno sacralizzato” (11).

Ma in che modo può prendere corpo lo sviluppo?

Anzitutto bisogna convincersi che ogni museo, grande o modesto, nazionale o locale, pubblico o privato, deve avere un suo progetto culturale. Deve cioè interrogarsi sulla sua vocazione, sullo sviluppo delle sue collezioni e del suo pubblico, sul suo ruolo nella città o nella regione, sul suo posto sulla scena nazionale e internazionale.

George-Henri Rivière è stato tra i primi a guardare alle ragioni politiche e sociali del museo, e a segnalare con forza che i musei, degni di questo nome, hanno bisogno di un progetto culturale. Il progetto culturale dà visibilità e traduce in pratiche produttive i contenuti della missione; favorisce la costituzione di un gruppo di lavoro in seno all’istituzione; inscrive meglio il museo stesso nel suo ambiente sociale e istituzionale; definisce l’identità dell’istituzione in rapporto alle altre. E’ lo strumento che i diversi attori implicati nella creazione, nella ristrutturazione o nella vita ordinaria del museo utilizzano per condividere un quadro di riferimenti, aderire a obiettivi comuni e mobilitarsi per la loro realizzazione (12).

In secondo luogo occorre collegare il progetto alle politiche degli Enti Locali e delle alttre istituzioni culturali territoriali, poiché quanto meno una regione promuove la conoscenza (antropologica) delle aree culturali di sua pertinenza, tanto più appare estranea ad un uso consapevole del proprio passato e delle sue tradizioni, dunque anche ad un loro eventuale sfruttamento economico; e il territorio diventa (o rischia di divenire) facile preda di interessi e speculazioni esterne, extraterritoriali, che finiscono per favorire il degrado ambientale e socio-culturale.

Le qualità e le sfumature che contraddistinguono le tradizioni locali non possono essere appiattite sugli “standard” che il processo di globalizzazione diffonde per esempio sul piano dell’offerta di turismo culturale. Ogni tradizione ha un suo stile, eppure, proprio i suoi rappresentanti, oggi che hanno scoperto la possibilità di farne una merce, a volte ne tradiscono le qualità specifiche uniformandosi ai modelli che fanno tendenza nel mercato culturale (13).

L’esigenza di una maggiore cura e attenzione per il patrimonio culturale dovrebbe scaturire dalla consapevolezza del valore contestuale e relazionale delle differenze locali. Le reti museali di interesse demoetnoantropologico possono giocare un ruolo decisivo in questo senso. Poiché la prospettiva olistica propria dell’antropologia, se viene applicata alla dimensione dei patrimoni culturali, consente di mettere in relazione siti naturalistici e storici, emergenze artistiche e beni etnografici, e permette di sviluppare una più stretta connessione tra mercato locale e mercato nazionale e internazionale, tra un bacino turistico provinciale e quello rappresentato sia dalla dimensione regionale sia sovralocale.


Musei, reti museali e imprese locali


Nelle strategie politiche relative alla gestione e allo sviluppo culturale del territorio, sempre più spesso si chiamano in causa la “cultura”, le “identità” locali e i processi di riappropriazione delle tradizioni.

La questione, per varie ragioni, riguarda direttamente le competenze dell’antropologo. Ma l’antropologia – si sa - non fornisce soluzioni di tipo politico a problemi che hanno configurazioni e risvolti di natura culturale, anche se la disciplina rappresenta un’utile sponda per strategie di politica economica.

Il contributo che l’antropologo fornisce progettando e realizzando un museo o un programma di politica patrimoniale è anzitutto di tipo conoscitivo. Data la natura contestuale, situata e dialogica del metodo etnografico, si tratta di imprese che vedono l’antropologo soprattutto nel ruolo di mediatore culturale, cioè di colui che dà corpo e voce alle identità locali, che istituisce una frontiera di azione e di riflessione inedita e stimolante per sé e per la comunità.

In questo senso “applicato” l’antropologia per esempio aiuta a far chiarezza sulle locuzioni stesse di “museo” e di “rete museale”.

La prima espressione è un modo per contenere e riassumere ogni discorso sull’identità e sulla memoria, eleggendo un determinato spazio a luogo topico ideale per mediare il senso di una tradizione. Nel museo la tradizione locale rivendica “politicamente” la propria diversità e alimenta il movimento di riappropriazione dell’identità. Questa riappropriazione (patrimonializzazione) vale come ideale collegamento tra passato e futuro ed è avvertita come necessaria per costruire prospettive sociali ed economiche di sviluppo, centrate sulla valorizzazione delle risorse offerte dal patrimonio tradizionale.

La nozione di rete, invece, da un lato esprime l’esigenza di connettere esperienze con un denominatore comune; dall’altro, traduce la volontà di superare il comune senso di appartenenza ad una cultura locale che rivendica la propria diversità in quanto gelosa del suo isolamento, di una marginalità considerata in termini di specificità. La rete museale rinvia, al contrario, alle possibilità, oggi sempre più sentite nelle strategie di politica territoriale, di raccordare le tradizioni di un’area territoriale piuttosto omogenea ai flussi culturali, economici, turistici esterni, attraverso la conservazione e la valorizzazione integrata e condivisa degli stili di vita e delle identità comunitarie.

Museo e rete museale, dal punto di vista antropologico, danno una prospettiva valoriale alle aspirazioni territoriali, e mediano la riappropriazione e la valorizzazione della tradizione locale entro un orizzonte più globale (la provincia, la regione, la nazione, il resto del mondo).

Ma bisogna intendersi sul significato di “tradizione”. La tradizione, per l’antropologo, è un vitale processo di costruzione simbolica grazie al quale certi valori del passato danno senso a particolari condizioni culturali del presente. La tradizione è dunque un prodotto della modernità, un capitale che si aggiunge alle risorse produttive del presente. Il museo cerca di dar voce all’interpretazione locale della tradizione, che “diventa” patrimonio culturale e dunque può consapevolmente essere reinvestita nelle dinamiche di trasformazione e di sviluppo del territorio(14).

Le reti museali possono avere un ruolo fondamentale nelle zone marginali o nelle cosiddette “aree interne”, quelle che sul piano economico sono carattterizzate da fenomeni di grande e media industrializzazione e di parallele attività artigianali a rilevante tradizione locale, diffuse ma residuali. In queste aree, per esempio, la “cultura d’impresa” è in generale percepita come carente, ma le cause di questo fenomeno non vengono sempre indagate da un puto di vista etnografico e le potenzialità offerte dalle piccole imprese o dai mestieri artigiani individuali sono tutt’altro che da sottovalutare.

Nell’area laziale dei Monti Lepini, l’EtnoMuseo di Roccagorga (LT) ha promosso una ricerca, svolta in collaborazione con la Facoltà di Economia e Commercio della Sapienza, sulle caratteristiche dell’imprenditoria locale (15).

Lo studio ha messo in luce una serie di tratti tipici dell’imprenditoria locale, da cui si possono ricavare utili spunti di riflessione. Anzitutto - ci avverte lo studio - l’imprenditore locale percepisce a rischio la continuità familiare del suo mestiere a causa di ostacoli e preclusioni esterne (precarietà della produzione artigianale, difficoltà del mercato e della concorrenza “industriale”) le quali alimentano una certa sfiducia nel futuro. Purtuttavia, egli manifesta uno spiccato orgoglio di mestiere, che il rapporto etnografico rileva nella autovalutazione dei prodotti realizzati in termini di eccellenza. Questa orgogliosa rivendicazione della propria qualità - prosegue il rapporto - benché produca una certa ostilità e incomprensione verso le forme collettive di organizzazione e di cooperazione del lavoro, gioca tuttavia un ruolo positivo nel costruire una coscienza dello sviluppo sostenibile.

La piccola imprenditoria e l’artigianato locale si rivelano dunque essere, nonostante alcuni oggettivi limiti strutturali, la risorsa più versatile alla programmazione di uno sviluppo compatibile del territorio: poiché sono orientate all’eccellenza e basano il lavoro individuale sull’impegno, sulla creatività e sui saperi integrati nella tradizione e in determinati stili di vita.

La realtà messa a fuoco nel basso Lazio di sicuro consente una considerazione di ordine generale. Le imprese e i prodotti tipici di un territorio (come anche le relative potenzialità di sviluppo economico) guadagnano senso e significato se viene debitamente valorizzata e promossa la cornice patrimoniale (storico-architettonica, paesaggistica, antropologica) entro la quale essi si muovono.

Per creare una coscienza del valore contenuto nelle esperienze locali e nei prodotti di quelle stesse esperienze, c’è però bisogno di sostegni culturali esterni (16). Occorre la mediazione di nuove competenze specifiche e percorsi formativi coraggiosi, che colleghino la passione per le tradizioni locali alle prospettive immediate e future di nuovi/antichi mestieri e saperi. E in questo processo di promozione della sensibilità e della competenza locale, i musei demoetnoantropologici possono sicuramente svolgere un ruolo di primo piano, svolgendo quel ruolo di presidio culturale e di volano dello sviluppo territoriale che oggi viene chiesto ad ogni realtà museale.


Vito Lattanzi


1) L'esperienza di ricerca è raccontata nel volume In ore Tiberis. Esperienze, memorie, storie / Experiences, memories, histories, Roma, 1992.

2) Il riferimento obbligato, anche per la bibliografia contenuta, è G.Lattanzi, V.Lattanzi, P.Isaja, Pane e lavoro: storia di una colonia cooperativa. I braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia, Venezia, Marsilio, 1986; nuova edizione ampliata, Ravenna, Longo, 2008.

3 ) V. Lattanzi, S. Cotti, P. Isaja, Ipotesi progettuale per un ecomuseo del litorale romano, Roma, 1994 (dattiloscritto).

4) Hugues de Varine, Le musée peut tuer ou...faire vivre, “Techniques et architecture”, n.326, sept. 1979, poi in Vagues. Une anthologie de la nouvelle muséologie, vol. 2, Lyon, Editions W, 1994, pp.65-73.

5) H. de Varine, L’écomusée, “La Gazette”, n.11, 1978, poi in Vagues. Une anthologie de la nouvelle muséologie, vol.1, Lyon, Editions W, 1992, pp.446-487.

6) V. Lattanzi, Pratica rituale e produzione di valori. La processione delle torce a Sonnino, Roma, Bulzoni, 1996.

7) Cit. in L. Marin, Il tromp-l’oeil del capolavoro, in Museo dei musei, Condirène, 1988.

8) D. Fabre, a cura di, L’Europe entre cultures et nations, Acte du colloque de Tours, Décembre 1993, Paris, Editions de la Maison des sciences de l’homme, 1996.

9) B.Palumbo, L’Unesco e il campanile, Roma, Meltemi. 2003, p. 23

10) V. Padiglione, L’effetto cornice. Problemi e prospettive della mediazione del patrimonio, “Etnoantropologia”, nn. 6-7, 1997-1998, pp. 137-154.

11) H. De Varine, Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, Bologna, Clueb, 2005, p. 6.

12) G.-H. Rivière, La muséologie selon George-Henry Rivière, Paris, Dunod, 1989.

13) Si pensi allo “stile toscano” che contraddistingue restauri, riusi e offerte agrituristiche in molte regioni italiane, dove pur di soddisfare il gusto e le fantasie della maggioranza dei fruitori, ormai convinti della funzionalità e comodità di quel modello vincente, si trascura di adottare scelte coerenti con la storia locale e di costruire offerte differenziate

14) Sul rapporto tradizione-musei rinvio a V. Padiglione, Per una centralità dell’etnografia nei musei, “Etnoantropologia”, n. 3-4, 1995, pp. 238-247

15) V. Padiglione e A. Riccio, Ritratto di artista. Figure imprenditoriali dell’artigianato agro-alimentare lepino fra tradizione e nuove tendenze, Roma, 2001

16) A. Riccio, “Broker in Cultura del Territorio”, in Antropologia museale, n. 10, 2004, pp. 36-39