Il paesaggio come percezione e le vicende attuali del Piano Paesaggistico Regionale della Sardegna
I piani paesaggistici regionali, previsti anche dal Codice Urbani (dei Beni culturali e del Paesaggio), sono tutt’altro che numerosi in Italia. Se non erro, a tutt’oggi settembre 2008 il più avanzato, e già in parte in vigore dal 2004 per la fascia costiera di circa due chilometri dalla battigia, è il Piano Pesaggistico Regionale della Sardegna, voluto molto dal governatore Renato Soru, molto discusso ma anche molto osteggiato dall’opposizione di centro-destra e da molti anche all’interno della maggioranza di centro-sinistra nel consiglio e nel governo regionali.
Il Piano Paesaggistico Regionale della Sardegna si presenta dunque un esempio pionieristico in Italia in materia di pianificazione del paesaggio. In Sardegna c’è chi nota questa positiva “anomalia”, che fa sì che si guardi a questa impresa isolana di normazione e tutela anche da fuori d'Italia, per esempio dalla Spagna di Zapatero che vuole ripianificare le coste già cementificate a scopi turistici a misura degli interessi del turismo internazionale, che naturalmente tiene d’occhio nche questa impresa di pianificazione del paesaggio della Sardegna.
Il PPR sardo si ispira, tempestivamente, alla Convenzione Europea del Paesaggio di Firenze del 2000, che è stata salutata subito in tutta Europa come ottima e felicemente innovativa, e le sue direttive sono state recepite, sebbene a modo suo, anche dal nostro Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (Codice Urbani).
Senza entrare nei particolari, è importante qui notare soprattutto che nella Convenzione Europea si definisce il paesaggio come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.
E’ possibile che una tale definizione o visione del paesaggio sia molto lontana dal senso comune medio, in Sardegna, anche quando il paesaggio lo si consideri un costrutto umano, un modo di sentirsi nella “natura” e non un mero dato naturale. In questo l’antropologo che s’interessa ai saperi naturalistici nativi o locali o tradizionali o subalterni può e deve dire la sua, se può farlo a ragion veduta. Del resto, basta non molta riflessione per vedere le cose come propone e definisce la Convenzione Europea del Paesaggio di Firenze.
Se si partecipa a una qualche discussione sul tema della pianificazione paesaggistica, in Sardegna, a qualsiasi livello, dal consiglio regionale al bar, si fa subito l’esperienza di una difficoltà: che ritenere il paesaggio una percezione (ovviamente non solamente visiva) delle popolazioni possa implicare il riconoscimento di un valore positivo a ogni data percezione, comprese quelle degli egoismi individuali e degli interessi degli speculatori. In ogni caso però, e soprattutto nel caso della pianifiazione paesaggistica, è compito dell’antropologo mostrare che le percezioni di chiunque (e specialmente dei diretti interessati a vario titolo) sono da rilevare e analizzare prima ancora di essere tenute in conto, anzi, proprio per poter essere tenute in conto nella pianificazione. Infatti, anche nel caso che una certa percezione del paesaggio sia ritenuta inadeguata, arretrata o comunque negativa, essa deve essere rilevata, valutata e tenuta in conto, se non altro perché si può criticare e modificare meglio ciò che meglio si conosce, si documenta, si analizza.
Sempre nella Convenzione Europea di Firenze, non si può non apprezzare il suo mettere insieme la nozione di paesaggio con quelle di processo e di dinamica, e quindi di progetto. L’urbanista, il territorialista, il naturalista, l’antropologo, il sociologo, non hanno forse molta difficoltà a pensare la processualità e la dinamicità nel paesaggio come territorio dato e nelle sue varie percezioni, quando si tratti di progettualità e pianificazione esplicita e programmatica.
Più difficile è però farsi prendere sul serio quando si tenti di mettere in evidenza che le dimensioni dinamiche e processuali del paesaggio, e più in generale le dinamiche e i processi territoriali, hanno aspetti oscuri e impliciti che non sono meno importanti di quelli chiari ed espliciti, e propri dei vari specialismi abituati giustamente a partire dalla rilevazione e dall’analisi per arrivare al progetto, al piano, alla norma, alla sua applicazione. E che quindi tutti gli aspetti, chiari od oscuri, vanno affrontati con forme e modalità diverse di costruzione e diffusione della conoscenza. C’è anche qui un problema di "ricostruzione” del modo di conoscere il territorio, che è ancora tenacemente fondato sulla conoscenza analitica, basato su percorsi lineari che conducono dall’analisi al progetto e che in un certo senso affidano a grandi apparati informativi il ruolo di sistema nervoso centrale della conoscenza territoriale, il tutto pensato e presentato con piglio illuministico, anche quando si parli di una co-pianificazione che coinvolga almeno tutte le istituzioni, da quelle europee al singolo comune impegnato nella formulazione di Piano Urbanistico Comunale.
La definizione di paesaggio della Convenzione Europea di Firenze, come già notato, viene riproposta nella sua sostanza nella legge 42/2004 o Codice Urbani, che è legge dello stato italiano, quindi da prendere sul serio, e spinge a chiedersi, com’è successo nel caso del PPR sardo, quando si parla di percezione del paesaggio, a chi, a quali ceti o strati o classi delle popolazioni locali occorra rivolgersi e prestare attenzione, e magari dare voce e credito. Riflettere sul paesaggio come percezione, latamente esistenziale e non solo visiva, porta subito a intendere che anche in piccole porzioni di territorio le percezioni sono tanto stratificate e differenziate almeno tanto quanto è stratificata socialmente e culturalmente la popolazione locale o comunque interessata a quel territorio. Probabilmente non si fa buona ed efficace pianificazione paesaggistica, tale che diventi senso comune e prassi spontanea diffusa, se non si riesce a tenere conto di come si è abituati a percepire variamente il paesaggio in cui si vive costruendolo, e magari anche sapendo distinguere le percezioni di un anziano pastore da quelle di un giovane imprenditore agricolo.
In effetti le comunità locali, soprattutto nelle coste, ma anche nei paesi dell’interno, attraverso i rappresentanti democraticamente eletti, in Sardegna molto spesso si sono fatte portavoce e interpreti, “piuttosto che delle sensibilità profonde e dei valori del paesaggio storicamente configuratosi dall’integrazione tra uomo e ambiente, di gruppi ed interessi che nulla avevano a che fare con la tutela del paesaggio come bene ambientale di interesse strategico collettivo e sovra-comunale”, come nota la Relazione Tecnica che accompagna il PPR (www.sardegnaterritorio.it/pianificazione/pianopaesaggistico).
Qui evidentemente si fa cenno ai potentati dell’economia soprattutto turistica internazionale, che cercano di determinare la configurazione generale del paesaggio, e se è così, prosegue il testo della Relazione Tecnica, "non si comprende perché a ciò non debbano concorrere anche le istituzioni sovra-comunali e le istituzioni scientifiche che indagano sui processi degli ecosistemi e sulle conseguenze nella lunga durata degli interventi sul territorio". Concepire il paesaggio come percezione dei diretti interessati o comunque interessati a un territorio, lungi dal semplificare generalizzando, pone di fronte alla complessità dei problemi e richiede, non solo in quanto pianificatori, cercare di attingere una integrazione delle percezioni dei vari soggetti ed una sintesi che recepisca l’interesse generale, magari slegato dagli interessi contingenti di parte più o meno leciti.
Intendere il paesaggio come percezione, dunque, a parte tutta la miriade di altre osservazioni, costringe a tenere conto dei ruoli di ognuno e a organizzare la partecipazione democratica ai processi di pianificazione paesaggistica, evitando il più possibile il prevalere casuale o di mero potere lobbistico, anch’esso legato e coerente con interpretazioni soggettive del paesaggio e quindi anche a interessi sul territorio. La visione dinamica del paesaggio come percezione obbliga poi a una pianificazione in cui anche la fantasia non solo visiva, applicata al futuro, previdente e quasi preveggente, abbia ruolo progettuale primario.
Il problema maggiore in Sardegna, a parte che tocca fare un po' i pionieri per la prima volta, è appunto far diventare il più possibile senso comune che il paesaggio o è un modo di vedere e di sentire, anzi di vivere in un certo luogo, o non è; e quindi non solo discutere, per esempio, se sia possibile un turismo balneare senza urbanizzazione delle coste, cosa importante, ma su cui finora si è finito spesso per insabbiare ogni discorso. Certo, combattere contro le volontà speculative è sacrosanto, tanto quanto che gli imprenditori abbiano certezze operative, ma tenere conto della varietà delle percezioni profonde del paesaggio è impresa a cui temo che non siamo ancora pronti. E non solo in Sardegna. Ma è urgente che il PPR sardo per lo meno non continui a essere occasione di lotta politica politicante tra maggioranza e opposizione e anche all'interno dei due schieramenti, se non addirittura pretesto di piazzamento pro o contro Soru, usando persino il delicato strumento del referendum abrogativo per scopi che con la pianificazione paesaggistica non hanno nulla a che fare.
Tuttavia è positivo almeno che oggi si discuta molto in Sardegna di piano e di pianificazione paesaggistica, spessissimo in nome di ciò che si dice identità. E anche pensando al paesaggio, l’identità, se è anche altro, non può non essere un progetto del futuro in rapporto col passato nel contesto del resto del mondo. Che lo si sappia o meno, è sempre così. Ma è pensando a una cosa dicibile come identità paesaggistica sarda, o paesaggio sardo identitario che le identità appaiono subito soggettivamente plurime, come del resto lo sono sempre, e allora questa è un’occasione in cui non è solo retorico il riconoscere che dev’essere considerato urgente sviluppare il senso della comunità di tutti i sardi, il senso dell’appartenenza e dell'unità di passato e futuro che lega l'insieme dei sardi al di là delle proprie diversità interne, per esempio tra i luoghi di costa e i luoghi di monte, di piano e di collina. Qualcuno insomma nell’isola ha inteso che questa è un’occasione per un nuovo e necessario patriottismo sardo (magari non etnicisticamente sostanzialista e fissista) che diventi supporto e impegno a farci riscoprire il senso della cittadinanza, sarda italiana europea mediterranea e planetaria, ma anche il senso della legalità e dell’impegno civile, senza di che ogni pianificazione non può avere fondamento stabile e unitario. Un piano che si dice paesaggistico infatti comporta prima di tutto promozione di attività in campo politico, sociale, culturale, economico, scientifico, artistico e così via.
Anche nel caso specifico della pianificazione paesaggistica, promuovere l’identità come rapporto e progetto deve significare promuovere, gestire e amministrare luoghi e occasioni d'incontro tra le diverse discipline scientifiche, tecnologiche e artistiche, favorendone lo studio complessivo, la diffusione e anche la formazione di professionalità specifiche oltre ad un’utilizzazione collettiva.
Identità e paesaggio sono nozioni tanto poco dicibili quanto onnipresenti, non solo in luoghi identitariamente problematici come la Sardegna. Tanto più allora il concetto stesso di paesaggio mutuato dalla Convenzione Europea e, ripetiamolo, definito come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni…”, se fa discutere, non è però by-passabile. Questa percezione delle popolazioni locali, che genera il loro paesaggio e ne fonda territorialmente l’identità, sembra ad alcuni troppo rispettosa di percezioni paesaggistiche non condividibili, le quali infatti anche in Sardegna hanno prodotto ancora producono e vogliono continuare a produrre i danni che tutti lamentiamo. Eppure il paesaggio deve comunque pensarsi come un processo di percezione di un territorio, senza implicare che ogni percezione (e azione che ne consegua) sia positiva e rispettabile. Infatti ogni percezione è da considerare, e da tenere in conto, come forza in campo, senza di che si continuano a fare errori "centralistici" o "illuministici" o “dirigistici”, come, sempre in sardegna, è successo per il piano del Parco del Gennargentu, osteggiato dalle popolazioni locali fino a farlo diventare lettera morta per tutti.
Conoscere gli elementi della percezione comune del proprio paesaggio da parte di una popolazione, e le diversità interne di questa percezione, è condizione imprescindibile per la pianificazione, soprattutto quando di quelle percezioni si voglia sia utilizzare e sia mutare qualche aspetto. Tenere conto della percezione delle popolazioni è condizione politicamente neutra, preliminare a ogni piano. Ma non ci sono solo teste da cambiare in fatto di percezioni correnti sul paesaggio, ci sono certo elementi del senso comune vecchio e nuovo in fatto di paesaggio che possono giocare un ruolo positivo anche in fase di pianificazione, per non fare la fine del Parco del Gennargentu. Non si può programmare un aggiornato senso comune sardo paesaggistico fingendo che nelle teste dei sardi di oggi ci sia tabula rasa di percezioni, gusti, abitudini e codici emotivi in fatto di paesaggio. Essi infatti, sebbene più o meno espliciti, anzi di solito molto impliciti e però potenti ed efficienti, giocano un ruolo nel bene e nel male. I pianificatori devono almeno essere coscienti del fenomeno, se non anche attrezzati a riconoscerlo e ad affrontarlo.
Il paesaggio sardo, pur essendo un tipico paesaggio mediterraneo, ha anche sue peculiarità. Per struttura geologica, associazioni florofaunistiche e segni della storia umana, la varietà appare frantumare il paesaggio sardo, vero mosaico geo-bio-antropico. Ma come il mosaico in figura piena, anche il paesaggio sardo è percepibile nella sua unità. A parte le coste così nettamente segnate dal contatto col mare e dall’abbandono millenario fino a ieri, nelle sue linee maggiori geologiche, sebbene la Sardegna non sia “una montagna in mezzo al mare” come è stato detto della Corsica, l’unità del paesaggio sardo interno può essere vista innanzitutto come fatta dalle presenze unificanti di orizzonti larghi e piatti e dalle forme arrotondate, che all’occhio esterno dà molto la sensazione di ampiezze “continentali”. L'unità dei paesaggi interni si deve certamente anche ai segni della preistoria come le migliaia di nuraghi in tutta l'isola, della storia, come le chiesette romaniche spesso solitarie, ma soprattutto si deve ai modi plurimillenari della presenza umana, dove dominano i segni della lunga durata delle due grandi attività della cerealicoltura e della pastorizia, più nel Sulcis l’altra grande attività tradizionale delle miniere fortemente strutturante quel paesaggio. Tralasciando effetti come l'azione dell'incendio estivo o del maestrale che piega tutto il piegabile a Sud-est, il paesaggio sardo interno può dirsi strutturato e formato dalle due grandi attività tradizionali millenarie della pastorizia mobile e brada e dell’agricoltura cerealicola estensiva asciutta. I paesaggi, anzi il paeggio interno della Sardegna, senza forzare le cose nel senso di una individuazione sintetica e semplificata, può essere utilmente visto come un paesaggio agropastorale di tipo mediterraneoi.
L’agropastoralità di lunga durata caratterizza tutto il paesaggio, montano, collinare e di pianura, seppure la montagna da una parte si caratterizza come pastorale e la pianura e le colline, dall’altra parte, come cerealicole: la montagna per I pascoli permanenti e la collina e la pianura per I campi aperti, con una zona centro-occidentale più caratterizzata dalle chiusure con muretti a secco. L’insediamento umano unifica ulteriormente il paesaggio, generando l’accentramento degli abitati e il non popolamento della campagna: questa tendenza ha stabilizzato ovunque, nella montagna pastorale come nelle pianure, nelle colline e nelle valli cerealicole o di culture specializzate della vite e dell’olivo, un habitat accentrato e rado con distinzione netta tra abitato e disabitato. E il disabitato del salto è il tratto che dà più l’impressione di scarsa antropizzazione del paesaggio sardo, spesso detto selvaggio con accezioni di volta in volta positive o negative.
L’archiettura del paesaggio sardo interno qualificabile come agropastorale è anche il risultato della storia dei rapporti tra le due grandi attività plurimillenarie dell’allevamento soprattutto ovino e della cerealicoltura incentrata sul grano, cioè è anche o principalmente il risultato della necessità di coordinare e permettere la compresenza della cerealicoltura estensiva e della pastorizia mobile e brada, per esempio all’interno dei singoli agri attraverso il coordinamento tra vidazzone e paberile mediante la rotazione agraria comunitaria, e, nel grandi rapporti tra zone alte e zone medie e basse, tramite le regole e le usanze delle varie forme di mobilità, a cominciare con la transumanza dalla montagna ai piani.
Nella misura in cui ciò è dappertutto più o meno constatabile dal punto di vista paesaggistico, e più in particolare dal punto di vista del paesaggio in quanto strutturato e variamente segnato dalle due grandi attività plurimillenarie, la Sardegna interna colpisce per il fenomeno delle grandi estensioni incolte ma che sono pascoli permanenti, dai campi aperti o chiusi da muricce, dagli insediamenti accentrati e dalle grandi estensioni che appaiono vuote e selvagge all’occhio esterno. Un Paesaggio, dunque, primordiale e selvaggio per lo sguardo esterno (oggi soprattutto turistico), ma molto carico di storia e di abitudini operative e appaesanti per gli indigeni e per chi lo sappia leggere.
Dal punto di vista della pianificazione paesaggistica, ecco allora alcuni problemi, sebbene ovvii, che appaiono importanti e preliminari:
- che tipo di presenza operativa, e prima di tutto che tipo di attività agropastorale prevedere, promuovere, incentivare e magari recuperare nei grandi spazi a presenza umana debole della motagna oggi ancora prevalentemente pastorale e I grandi campi aperti di pianura e collina?
- come comportarsi in pianificazione paesaggistica rispetto alla discontinuità netta tra grandi paesaggi operativi caratterizzati dai saltus disabitati e dai piccoli insediamenti accentrati? Mantenere o ristrutturare questa grande caratteristica storico-antropologica della discontinuità netta tra paese e salto, tra presenza operativa agropastorale debole o nulla (le grandi silenziose solitudini sarde) e presenza insediativa fortemente accentrata?
- che fare delle grandi estensioni di pascoli permanenti, o incolti più o meno produttivi (posto che tutti ci poniamo facilmente il problema del che fare dei “boschi”, tra l’altro non tutti nelle aree dei supramontes e da definire normativamente su misura sarda, della macchia, dei rimboschimenti e simili)?
che fare delle grandi estensioni dei campi aperti, posto che tutti si pongono facilmente il problema del che fare dei tipici chiusi sardo-mediterranei con muretti a secco?)
che fare, in genere e nei singoli casi, delle zone, quasi sempre costiere (Gallura, Nurra, Sulcis, Sarrabus, Arborea, Fertilia), a insediamento sparso e a volte appoderato che risulta in qualche modo “non caratteristico” rispetto ai grandi paesaggi agropastorali tradizionali e prevalenti?
E più in generale, che significa, normativamente, la parola d’ordine del governatore Soru che suona: l’intatto dev’essere lasciato intatto, e dove e quanto possibile dev’essere ripristinato?
Intanto, il comune capoluogo di Cagliari e quello di Arzachena che comprende nel suo territorio la Costa Smeralda, ambedue amministrati dal centro-destra, si sono subito mossi con ricorsi al TAR contro l’impianto del PPR e contro sue singole parti. E il modo con cui tutta o quasi tutta l'informazione sarda (e non poca dell'informazione continentale) ha dato finora notizie e fatto commenti intorno al Piano Paesaggistico della Sardegna è un triste esempio di informazione pessima, partigiana per gli scopi che si propone e i modi in cui li giustifica, oltre che disastrosa per la Sardegna dal punto di vista di una politica paesaggistica lungimirante.
Si tratta di un caso clamoroso di disinformazione, che sfrutta anche certe convinzioni del senso comune e delle abitudini tradizionali di uso del territorio. Anche ciò che i media hanno diffuso e continuano a diffondere si è coagulato nella proposta di referendum (che si terrà nel giugno del 2008) abrogativo di un qualcosa dove non si capisce che cosa sia da abrogare perché quella cosa contro cui costoro si muovono nel frattempo si è mossa anch'essa, diventando altra cosa, ma lasciando scoperti senza vergogna gli scopi speculativi più miserandi dell'imprenditoria sarda e internazionale che non sembra voler ammettere impedimenti alla rovina delle nostre coste.
Se fosse possibile, è anche più disonesta la campagna di stampa ancora in corso con il pretesto delle recenti sentenze del TAR in materia di piano paesaggistico, in seguito a ricorsi di comuni come Cagliari e Arzachena: più precisamente contro quanto stabilito dalla cosiddetta legge salvacoste n. 8 del 2004, che escludeva certi tipi di edificazione entro una fascia di due chilometri dal mare, per il lasso di tempo fino all'approvazione dell'intero Piano Paesaggistico Regionale, che del resto non è ancora avvenuta per l'intero territorio regionale ma solo per la fascia costiera, con l'effetto che il piano paesaggistico ha rimpiazzato la legge n. 8 del 2004 che il referendun vuole abrogare: in altre parole, si vuole abrogare per referendun una legge che può non vigere più, e tanto meno vigerà quando a breve sarà approvato l'intero Piano Paesaggistico Regionale. Per quanto riguarda la sentenza, o le sentenze del TAR in materia di Piano Paesaggistico Regionale, l'informazione faziosa la presenta come un affossamento del Piano in questione. Ma è utile notare che le sentenze del TAR hanno approvato qualche ricorso singolo e ne hanno respinto la stragrande maggioranza, lasciando intatto l'impianto o la filosofia del PPR sardo.
Tutto questo muoversi contro il PPR è certo anche conseguenza del suo essere non sufficientemente risultato delle “percezioni” in campo. Certamente, anche, tutto l’agire contro, magari in nome del “connotu, sembra proporre solo l’alternativa del fare come si è fatto fino a oggi, cioè il disastro, e non sbaglia chi lo considera spinto da interessi soprattutto turistico-immobiliari sul territorio sardo. Ma dobbiamo pure considerare con che tipo di speculatori abbiamo a che fare oggi, da rimpiangere gli imprenditori del passato come l’Aga Khan Karim, che al confronto con certi speculatori antipianificazione paesaggistica di oggi ci appaiono illuminati, sebbene non abbiano mai avuto nemmeno loro il sospetto che il modo migliore di fare turismo è fare in modo che un luogo sia buono per il turista perché innanzitutto è buono per chi ci vive e ci vivrà da normale residente nel suo paesaggio.
Giulio Angioni