Genziano Murgia


Usi Civici a Seulo

 

Quando si parla del passato o dell’identità non si intende prendere a modello perenne questo periodo, non si vuol camminare con gli occhi rivolti all’indietro perché cosi si inciampa malamente.
Si guarda al passato per cercarvi la nostra storia, le nostre radici onde conoscere bene in primo luogo noi stessi, con le nostre aspirazioni, i nostri interessi etc..; in secondo luogo per recuperare quanto di positivo ancora resiste di esso e proiettarci cosi nel futuro da protagonisti e non da spettatori passivi.Non esiste, infatti, un taglio netto tra generazioni: in ogni epoca c’è sempre il presente, un po’ di passato e le premesse del futuro. Da qui l’importanza della conoscenza del passato grazie al quale scopriamo il cammino percorso dalle generazioni precedenti sino al presente e predisporre il futuro senza fatalismi.Oggi più che mai siamo martellati da offerte di modelli di vita e comportamentali che ci disorientano. Questa onda impetuosa , rumorosa, talvolta torbida della globalizzazione  travolge e ingoia colui che è incapace di nuotare e tale è colui che ignora il suo passato, la propria storia, in una parola l’identità.
Costui cercherà di aggrapparsi ai vari approdi che di volta in volta gli vengono proposti ma sempre senza successo, proprio perché questo genere di salvataggio esterno nasconde profonde insidie.
A me, in questa circostanza, interessa evidenziare qualche momento del passato esaminando un segmento della storia del paese con i modelli di vita sociale ed economica che la hanno caratterizzata e che, a mio avviso, contengono qualcosa di particolare e di specifico.
Al suo interno mai vi sono stati grandi proprietari terrieri per cui mai vi è stata la preponderanza dell’uno sull’altro. E’ sempre stata una comunità, mi si passi il termine, di eguali o meglio egualitaria, potendo godere indistintamente di pari opportunità. Non c’erano i ricchi come non c’erano i poveri; Era povero chi voleva esser tale. Essendo,  infatti, il territorio gravato dagli usi civici, ciascuno aveva l’opportunità o di seminare cereali nella zona destinata a “bidassoni” o di pascolare un gregge nella zona destinata a “passili”senza essere gravati da eccessive tasse.
Era, questa, un’istituzione che qualcuno fa risalire all’epoca romana se non addirittura ai Germani come sostiene il Gesuita Gemelli ma   la condizione giuridica dell’età romana era ben diversa da quella degli ademprivi. È vero che Roma concesse a dei coloni da lei stessa portati nell’isola  vasti latifondi per essere sfruttati collettivamente , ma allo stesso tempo li sottopose alla sua giurisdizione, mentre l’usanza di gestire collettivamente le terre su cui gravitava una comunità, che divenne la premessa degli usi civici o ademprivi, come li definivano i Catalani, prese piede  nei secoli bui del medioevo. Data l’assenza di un’autorità centrale le terre vennero amministrate autonomamente dalle comunità locali con ordinamenti sovente differenti.  IL motivo fu proprio la necessità di porre ordine  nella secolare lotta tra pastori e contadini e della creazione di un sistema di difesa da incursioni esterne ( parlare dell’assenza delo stato sotto i bizantini) Il territorio su cui gravitava una comunità veniva diviso in più parti da due a quattro per venire incontro alle esigenze di tutti, con rotazione annuale o biennale. Una parte “bidassoni” destinata all’agricolturauna, un’altra “su pardu”destinata al pascolo degli animali mansi ( buoi, cavalli, asini) un’altra “paberile” “ passili “da noi, destinata al bestiame brado. Nelle zone intermedie era possibile pascolarvi sa mannalissa.Al’interno delle comunità vigevano delle regole severe sedimentatesi nel tempo e che nella Carta de logu vennero codificate nel pieno rispetto degli usi e costumi. Senza soffermarci oltre, possiamo dire che gli usi civici resistettero alla conquista aragonese dell’isola e all’affermarsi del feudalesimo ed ebbero nelle zone impervie la propria specificità. I grandi feudatari, infatti, lasciarono ad uso civico, i famosi ademprivi, le zone che poco si prestavano all’agricoltura, dove i cittadini, con una piccola tassa, potevano fare il legnatico , seminare o introdurvi un gregge. Fra il Cinquecento ed il Seicento, dopo lotte fra  baronato e comunità gli ademprivi raggiunsero la fisionomia descritta precedentemente  Se da un lato, questo tipo di economia poteva avere effetti negativi in quanto in assenza di un proprietario fisso non si era interessati a coltivare il terreno in maniera razionale (questo fu poi il pretesto con cui il governo piemontese giustificò l’editto delle chiudende) dall’altro ebbe il grande merito di evitare che si formasse una classe di latifondisti che tenesse sotto scacco ed in condizioni di semischiavitù la massa come avvenne in tante zone del Campidano, ad esempio. Là dove si mise in atto la legge delle chiudende, infatti, si costituì una classe di ricchi proprietari terrieri che affittavano a prezzi esorbitanti le tancas creando una massa di disperati, che diede luogo aproteste violente e a omicidi. Lo stesso La Marmora sostenitore di detta legge, esaminandone i risultati, disse :” essa risultò tutto a danno dei pastori e dei poveri contadini”. Mentre dove ne fu impedita l’applicazione per l’opposizione delle comunità più attente, anche i nullatenenti erano in grado di vivere dignitosamente. Così, anche coloro che da piccoli facevano su ‘ntzeracu, se capaci di ascoltare e apprendere il metodo di conduzione del gregge, alla maggiore età si ritrovavano con un capitale e si rendevano autonomi. Noi abbiamo tanti esempi di genitori con un passato da tzeracu, che poi sono diventati meris ed hanno allevato una famiglia di intellettuali. Queste usanze sono infatti sopravvissute sino ad oggi e a parer mio non andrebbero abolite semmai aggiornate alle nuove esigenze. Grazie ad esse permangono nelle nostre campagne noci e castagni messi a dimora da privati e che nel passato hanno agevolato il loro reddito. In tempi non lontani gli stessi ovili pullulavano di ciliegi proprio in virtù degli usi civici che consentiva a chi metteva a dimora alberi di mantenerne la proprietà.
Oltre a questa istituzione era presente a Seulo un’altra usanza forse unica in Sardegna per quanto mi risulta non avendo avuto conferma in tal senso da nessun’altra parte per quanto abbia fatto ricerche.
Tutti i terreni privati non recintati venivano censiti da una commissione di pastori nominata ad hoc
Si concordava il canone coi privati e venivano utilizzati in comune, non per niente si chiamava “cumunella”, Ogni allevatore, a fine anno pagava un canone proporzionato al numero dei capi posseduti, che serviva in parte a rifondere i proprietari del terreno, mentre una parte veniva accantonata,e utilizzata come fondo di solidarietà, col quale si sistemavano ovili( vedi Tonnolù), si acquistavano terreni in vendita che rientravano nel patrimonio comune ma, nobile finalità, si veniva incontro con un prestito senza interessi a colui che, all’interno della categoria, avesse subito gravi danni di qualsiasi genere.
Questo sistema cooperativistico, che io definisco appunto “cooperativa ante literam”, offriva due grandi vantaggi. Si evitavano dissidi per sconfinamenti e si veniva incontro a chi ne aveva bisogno senza venalità.Questa istituzione è stata abolita nei primi anni Cinquanta quando il controllo sfuggì di mano ai diretti interessati, cioè i pastori, e venne gestita con poca trasparenza da persone estranee alla categoria. Subentrò allora la diffidenza e fu appunto abolita con una decisione sofferta perché scardinava modelli comportamentali radicatisi nel tempo con regole non scritte ma rispettate e condivise proprio perché provenivano dal basso. Tale, infatti, è il carattere del seulese e del sardo in genere: individualista e ribelle di fronte a leggi calate dall’alto, generoso e solidale di fronte a regole condivise. Queste usanze favorirono in seno alla comunità un sistema di rapporti molto stretti. Ciascuno avvertiva profondamente il senso di appartenenza e, quindi, il dovere di cooperare a che la comunità funzionasse al meglio. Cosi, sin da piccoli ci si abituava a chiamare tziu i più grandi considerati alla stregua di parenti stretti. Al di là del rapporto sanguigno vigeva un rapporto formale di parentela che comportava un controllo sociale profondo.Cosi agli adulti, da cui bisognava prendere esempio, non era consentito assumere atteggiamenti negativi davanti ai minori.Le persone più in vista, in primo luogo i genitori, a seguire il sindaco il prete,  il maestro etc.. dovevano servire da modello a cui ispirarsi.Ecco perché il loro comportamento doveva essere integerrimo.Non vaniva perdonato un comportamento negativo perché a soffrirne era l’intera comunità.Gli adulti, come detto, erano maestri di vita ed i bambini si esercitavano col gioco ad imitare le attività lavorative dei genitori.Il figlio dell’artigiano costruiva in miniatura oggetti che riprendevano l’attività del padre, il figlio del pastore imitava il metodo di conduzione del bestiame etc. esercitandosi tutti con una sana competizione talché dopo la conclusione della scuola primaria erano capaci di eseguire lavori di un certo peso , erano, come si soleva dire,  ormai “ominis fatus”.I figli dei pastori conoscevano bene il metodo di pascolo, le malattie delle bestie, etc. il tutto senza coercizioni. L’apprendistato era, infatti, un gioco. Questo era il metodo pedagogico dei nostri. Ben diverso da quanto scritto da G. Ledda nel suo libro”Padre padrone” che pretende di rendere universale nella nostra isola un’esperienza strettamente personale, caso forse unico come lui steso ha affermato in una recente intervista all’Unione Sarda.Ma anche ben diversa da quella che io definisco pseudo pedagogia affermatasi in alcuni strati nel recente passato che, con la pretesa di rendere i genitori amici dei figli, i professori amici degli studenti, annullava il valore dell’esperienza culturale e di vita, determinava   una confusione dei ruoli finendo per mettere “l’alunno in cattedra e il maestro nel banco” come affermò S. Satta nel “il Giorno del giudizio” con tutte le conseguenze del caso.
Inoltre toglieva valore alla sana competizione che a mio parere deve essere incoraggiata fra i giovani che devono gustare l’orgoglio della riuscita non per fini egoistici ma perché possano essere d’aiuto ai più deboli. Bisogna insegnare la ricerca di gratificazioni morali che vanno al di là di quelle economiche.
 Dopo questa rapida esposizione sorge spontanea una domanda: cosa c’è di recuperabile nel passato?  Io penso che certi valori vadano recuperati e rafforzati perché non hanno una collocazione temporale bensi appartengono all’essenza stessa dell’uomo. La solidarietà, lo spirito cooperativistico, il rispetto della cultura e delle sue implicazioni, l’attenzione verso i deboli,sono degli elementi che fanno grande e prosperosa una comunità L’amore per il lavoro considerato come una conquista e non come una punizione elevano spiritualmente l’individuo. Sappiamo bene noi seulesi che nel nostro passato prossimo, quando questi valori divennero oggetto quasi di culto, si è sviluppata una numerosissima classe intellettuale di cui andiamo orgogliosi, ma allo stesso tempo oggi subentra in noi il fondato timore che qualcosa sia stata persa per strada.  

 


Genziano Murgia